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La pattuglia: il mio primo racconto

Posted By on Ago 12, 2013 |


LA PATTUGLIA: edizione riveduta e corretta del mio primo racconto di fantascienza.

Ho gli occhi aperti già da un po’.
Giro la testa per guardare il suo profilo. Distesa, a pancia in giù, i lunghi capelli a farle da lenzuolo, sotto al quale riesco comunque ad intravedere il profilo della sua muscolatura, appena accennata, ma ugualmente forte da riuscire ad atterrarmi e costringermi gioiosamente sotto di lei ieri sera. Il sonno dopo la passione è stato lieve ma riposante. Qualcosa da ricordare e ripetere il prima possibile, se e quando sarà possibile.
E’ ancora presto, il sole ancora non è spuntato ma è già ora di andare.
Esco piano dalle lenzuola che odorano ancora di noi e mi invitano a risvegliarla, ma il senso del dovere è forte si, da costringermi a desistere dal delizioso proposito di ripetere i giochi fatti fino a poche ore prima. Raccolti i pantaloni e la camicia mi avvio sulla stanza sul retro.

Li indosso prima di scavalcare la finestra che da sulla piattaforma rocciosa, messa li, quasi apposta dalla natura a formare una stretta balconata ricoperta d’erba e fiori. Scosto appena la copertura mimetizzante, giusto per poterci passare. Per un attimo, volgo lo sguardo sulla vallata in basso dove scorre il fiume circondato da un ampia macchia di alberi. Ma non posso dilungarmi.
Mi arrampico veloce sulle radici dell’albero che mi fa da scala e supero la corta distanza che mi separa dal mio alloggio.
Mi reintroduco furtivamente, dalla finestra che ho lasciato aperta ieri sera e mi ritrovo nella piccola cucina.
Mentre mi lavo, la mia mente percorre i passi che già sono stati programmati da 3 giorni.
Uscire, andare al piazzale, attendere il ritorno della pattuglia col suo prezioso carico, ma soprattutto di coraggiosi compagni. Poi, quasi a ritmo di corsa, cominciare il lavoro di selezione e smembramento delle prede. Non oso pensare ad un loro fallimento. Troppo gravi le conseguenze per la causa, la comunità e soprattutto per me. Indosso dei vestiti puliti e prendo un camice dall’armadio mentre la teiera fischia una rumorosa, ma gradita sveglia mattutina.
E’ ancora presto, l’arrivo della pattuglia non è previsto prima di metà mattinata, anche se, più realisticamente arriveranno quando il sole sarà alto. Esco sulla balconata a sorseggiare il tè ed osservare, puntuale, la sfilata del cambio della guardia del posto di osservazione in fondo al sentiero. Gli uomini e le donne del turno smontante, camminano con passo lento, stanco, dopo una notte insonne a vegliare sulla nostra sicurezza. Passando davanti a me, salutano, con un sorriso carico di fiducia nei miei confronti. Anche loro aspettano il ritorno della pattuglia. Il sole che comincia ad alzarsi in cielo ed il te, oramai freddo, mi convincono ad avviarmi.
Prendo la sacca con il camice ed un opportuno ricambio e mi avvio per il sentiero, in direzione del piazzale dove aspetterò il ritorno della pattuglia. Lungo il breve tragitto verso la mia destinazione, ascolto il lento aumentare del volume dei rumori del bosco.Le case, ben mimetizzate, mi risultano invisibili anche a corta distanza. Abbiamo fatto un buon lavoro in questi anni.
Arrivo al limitare dell’ampia radura che chiamiamo piazzale. Aguzzo la vista cercando la mia squadra, so che sono qui intorno, ma sono bravi, difficilmente li potrò individuare se loro non vogliono. Indosso ho anche io un mantello mimetizzante, ma so che loro mi hanno già individuato.
Costeggio il sentiero alla mia sinistra, qui sono completamente invisibile dall’esterno, fino al suo termine accanto al portale.
Il portale, l’ingresso da cui entrerà la pattuglia e noi con lei. Ora si sono resi visibili, anche la guardia lo è, ma è solo un attimo, giusto per sapere che ci siamo tutti, che tutti attendiamo il ritorno della pattuglia.
l tempo passa lentamente, il sole percorre lento il suo cammino lungo l’arco che lo porterà allo zenit. Dentro di me comincia a montare un senso di inquietudine che non capisco, una preoccupazione che non dovrei avere, una paura che non mi è nuova ed al tempo stesso sconosciuta.
La pattuglia è in ritardo.
Qualcuno mi porge una borraccia, il caldo comincia a farsi sentire, segno dell’avanzare della mattina e della preoccupazione mia e di tutti.
All’improvviso un gesto della guardia ci mette in agitazione, con trepidazione aspettiamo l’esito della comunicazione che sta ricevendo.
Ma non c’è bisogno che me lo dica.
Da dietro una bassa collinetta, si intravede svoltare un silenzioso mezzo. La pattuglia ritorna.
E con essa mio marito.

Orazio Amante.